Ciò che si perde e ciò che si guadagna
- Il Ricordo di Sé
- 23 mar
- Tempo di lettura: 3 min

Ieri ero a una piccola festa in campagna in cui ho potuto ritrovare alcuni amici che non vedevo da un po'. Con una di queste persone, che conosco da diversi anni, ci siamo soffermati a parlare più a lungo, e ci siamo lasciati con l'intenzione di rivederci. Siccome non ero sicuro di avere il suo numero registrato, ho preso il telefono per controllare, e mentre lo cercavo, ho realizzato che non mi veniva più in mente il suo nome - un momento di vuoto - ovviamente ho sentito la pressione della considerazione interiore (l'imbarazzo), e sul momento non ho potuto fare altro che dirle: "Mi ricordi come ti chiami?". Lei ha pensato che fosse una battuta, e ha riso. Al che ho riso anche io, ed è finita lì. Poi, in seguito, ho ricordato il suo nome.
Noto che questi momenti accadono di più con il passare degli anni, e ovviamente sono segno di una diminuzione della capacità della memoria di ritenere informazioni che daremmo per scontate. È il declino lento delle funzioni della macchina umana, in cui i centri intellettuale, istintivo e motorio perdono colpi, fino a diminuire del tutto la capacità di svolgere le loro funzioni al momento della morte.
Da un lato tutto questo spaventa; facciamo di tutto per tenere insieme questo corpo e la capacità di relazionarsi al mondo nel modo migliore possibile. Un'altra conseguenza è il respingere la propria mortalità, ce lo nascondiamo a noi stessi e agli altri, non vogliamo vederla, o rimandiamo il confronto con essa.
Se ci rapportiamo dal punto di vista della coscienza si apre un altro orizzonte: il buco nella mia memoria di ieri, è stato in realtà uno spazio libero in cui per pochi istanti la consapevolezza osservava indisturbata sé stessa e ciò che accadeva. Ciò che sembrava un'esperienza difficile, è stata in realtà una liberazione, un raggiungimento di ciò a cui più o meno consapevolmente aneliamo. Tali sono i centri superiori.
La domanda che arriva dopo un'esperienza così è: 'è davvero utile la memoria?' 'Non è buona parte di ciò che ci tiene in uno stato di sonno?' Non è necessario rispondere, sappiamo che non sarebbe possibile vivere nel mondo senza di essa, queste domande rappresentano semplicemente delle piccole comprensioni su quello che realmente siamo.
Arriviamo in questa esistenza senza nulla, un recipiente vuoto. Eppure lo stato di un bimbo è rivelatorio di uno stato che conosciamo, a cui guardiamo forse con malinconia.
Poi cresciamo e ci riempiamo di esperienze, memorie, apprendimenti, dolori, gioie, capacità. Tutto quello che va a definire il nome che portiamo.
"Mentre pensavo di imparare a vivere, ho imparato a morire".
Leonardo da Vinci
Se continuiamo a provare a porci dal punto di vista della coscienza, vediamo che la curva della vita è un invito gentile a lasciar andare tutto quello che non potremo portare con noi al momento finale. Le funzioni, per chi ha una vita lunga abbastanza, vengono spente con un interruttore graduale - che ci piaccia o no. Il nostro lavoro è lasciarle andare - interiormente - così come tutti i nostri pensieri, emozioni, sensazioni.
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Da Shakespeare - Come Vi Piace
"Tutto il mondo è una scena,
e gli uomini e le donne sono soltanto attori.
Hanno le loro uscite come le loro entrate,
e nella vita ognuno recita molte parti,
ed i suoi atti sono sette età.
Prima, l’infante che miagola e vomita
in braccio alla nutrice. Lo scolaro
poi, piagnucoloso, la sua brava cartella,
la faccia rilucente nel mattino,
che assai malvolentieri striscia verso la scuola
a passo di lumaca. E poi l’innamorato,
che ti sospira come una fornace,
e in tasca una ballata tutta lacrime
sopra le ciglia della sua adorata.
Poi, un soldato, armato dei moccoli più strambi,
un leopardo baffuto geloso dell’onore,
lesto di mano, pronto a veder rosso,
che va a cercar la bubbola della reputazione
persino sulla bocca d’un obice. E poi il giudice,
con un bel ventre tondo, farcito di capponi,
occhio severo, barba ritagliata
a regola d’arte, gonfio di sentenze
e di luoghi comuni: e in questo modo
recita la sua parte. L’età sesta
ti muta l’uomo in magro pantalone
in ciabatte, le lenti al naso, la borsa
sul fianco, e quelle braghe usate da ragazzo,
ben tenute ma ormai spaziose come il mondo
per i suoi stinchi rattrappiti, e il suo
vocione da maschiaccio che ridiventa
un falsetto infantile, un suono fesso
e fischiante. L’ultima scena infine,
a chiuder questa storia strana, piena di eventi,
è la seconda infanzia, il mero oblio,
senza denti, senz’occhi o gusto, senza niente."
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