L’uomo non può fare
- Il Ricordo di Sé
- 23 mar
- Tempo di lettura: 4 min

È una delle idee fondamentali della quarta via. Da un certo punto di vista, come molte delle idee che esponiamo in questo spazio, se non si ha anche una parziale comprensione di questa, è inutile continuare a leggerci.
Eppure, ne sono certo, pochissimi tra chi ci legge credono fino in fondo che sia vera o l’hanno verificata. Suppongo che per molti questa affermazione sia interpretata come riferita a certe cose che certe persone non possono fare - certo non a tutte le cose e certo non a me. Dopotutto, non sono già più sveglio di gran parte dell’umanità addormentata? Non ho appena aiutato quell’amico in difficoltà, dimostrando grande empatia e altruismo? Non ho appena costruito una solida posizione finanziaria grazie al mio duro e intelligente lavoro? E chi può negare che io sia il re del risotto?
Eppure basta tentare uno degli esercizi che proponiamo ogni domenica per vedere che già al momento della lettura della descrizione dell’esercizio si manifestano delle impossibilità (“Andare in un bar e lasciare cadere una tazzina? Ma siamo pazzi?”). Oppure si vuole (uno dei nostri diecimila io che si trova a essere casualmente al comando in quel momento vuole), ma ci si dimentica di farlo.
Oppure ci si ricorda di farlo (per un giorno o due), ma sorge un ostacolo, spesso molto piccolo e banale, e ci si ferma, mancando la creatività, la motivazione e l’aiuto esterno per trovare soluzioni che rimuovano l’ostacolo del momento. Le conclusioni che molto spesso traiamo da queste piccole esperienze non sono: È vero, non posso fare. Sono invece legate a questo o quel dettaglio esterno, a colpe di altri, a circostanze. (Ma non è, fare, appunto portare avanti un’azione indipendentemente dalle circostanze? E, l’incapacità di fare, non significa che sono queste circostanze esterne a generare effetti e non ciò che io ‘faccio’)?
“Tutto accade”, disse Gurdjieff. “L’uomo non può fare.”
Forse può chiarire la considerazione che anche quello che io ‘faccio’ non è fare.
Mi alzo, mi lavo, vado a lavorare, mangio, amo, mi diverto, vado in un posto o in un altro, interagisco, dormo. Il punto è qual è l’origine delle mie azioni. È interna al mio essere o esterna?
Prendiamo in considerazione l’idea, tante volte espressa in questa pagina, di dominio femminile. La maggioranza delle mie azioni è decisa da questo. Da quello che nel mio ambiente culturale, a partire dalla famiglia, città, nazione, gruppo di conoscenze e influenze avute, viene considerato normale e sensato (e che è terribilmente differente, addirittura opposto, se ci spostiamo in un’altra regione, in un’altra famiglia, epoca, religione, e via dicendo).
Prendiamo poi in considerazione di nuovo che siamo fatti di molte parti, che si susseguono come in un lancio di dadi, e che ci è impossibile portare a termine qualcosa di nostro (Se portiamo a termine, è perché la corrente delle cose ci ha portato lì, non per il nostro nuotare).
Ricordiamoci che ci sono gli elementi costitutivi della nostra essenza che ci obbligano a fare e pensare quello che facciamo o pensiamo. Il centro di gravità, il tipo di corpo, e la caratteristica principale ci dicono con grande precisione cosa faremo in una determinata circostanza. Dire che qualcuno è centrato nella parte intellettuale del centro istintivo, che è del tipo di corpo mercuriale, e che ha caratteristica principale di vanità ci dirà cosa farà in una determinata circostanza con la stessa precisione con cui potremmo predire cosa farà un gatto se lasciato nella stessa stanza con un topolino.
Quindi, quando dico che ‘ho fatto’, devo comprendere che il dominio femminile ha fatto, ciò che considero normale e giusto, a causa di influenze casuali e soggettive. Che l’io del momento ha deciso; e che lo ha fatto seguendo impulsi poco sopprimibili del mio tipo di corpo, del mio centro di gravità e della caratteristica.
Questi elementi formano abitudini, le abitudini formano una certa frequenza nelle azioni, il che porta a maggiori probabilità che io compia certe azioni, spingendo finché questa probabilità non sale fino a diventare praticamente certezza.
Ouspensky: “Dovete comprendere che niente succede nel momento in cui succede; la necessità di questo accadimento è stata creata molto prima. Le cose accadono da sole; che tu faccia o non faccia qualcosa può essere stato deciso dieci anni prima.”
Come se ne esce?
Intanto, se si osserva, si vedrà che è davvero così. E si riconoscerà quello che Gurdjieff definì “L’orrore della situazione.” E si osserva davvero provando in pratica, non rimuginando idee. Si tenta un esercizio, si osserva imparzialmente cosa accade, non si incolpano fattori esterni.
Questo lavoro pratico sulla macchina porterà a dissolvere molte illusioni e fornirà un quadro più realistico di cosa siamo e della nostra situazione - un quadro soprendente, nuovo, inaspettato e poco lusinghiero.
Spesso, continua Ouspensky menzionando il fare esercizi, “Addirittura in sé ‘fare’ spesso consiste nel ‘non fare’. Prima che tu possa fare qualcosa che non puoi fare, devi non fare molte cose che in precedenza facevi.” E chi ci ha provato sa quanto è difficile.
“Fare è magia”, conclude Ouspensky. E c’è soltanto una parte in noi in grado di operare questa magia.
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